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Biglietti

INTERO

€ 15,00+ € 0,00 d.p.

RIDOTTO

Riservato a studenti e operatori
€ 7,00+ € 0,00 d.p.
  • Biglietti 0
  • Totale € 0,00

Info Evento

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore

I racconti di Raymond Carver sono come quadri di Hopper: silhouette di personaggi che per un attimo si affacciano sul mondo – un mondo svuotato, silenzioso, e dunque carico di tensione –, esistono giusto il tempo di essere investiti da una luce di taglio, inquadrati da una finestra, sorpresi in una conversazione privata, e poi scompaiono all’interno delle proprie biografie inventate.

Non fa eccezione Di cosa parliamo quando parliamo d’amore: due coppie di amici sedute a un tavolo parlano davanti a una bottiglia di gin, si scambiano opinioni sull’amore, discutono di dove andare a cena. Ridono, scherzano. A poco a poco le parole, i gesti, i silenzi rivelano tensioni sotterranee di cui non sappiamo e non sapremo origine ed esito, ma che si insinuano nella conversazione e la fanno deragliare. Il racconto ha una struttura intrinsecamente drammaturgica, e dunque ci è sembrato naturale far incarnare questi personaggi a quattro attori in grado di dare vera e propria voce alle parole di Carver, così come ci è sembrato altrettanto naturale pensare di collocarli nell’habitat in cui si trovano ad agire: la stanza di una casa privata, seduti attorno a un tavolo, imprigionati ciascuno nel proprio lato, con il pubblico libero di spostarsi intorno a loro e osservarli.

I personaggi del racconto si mettono a nudo tra di loro, non hanno niente a cui aggrapparsi se non bicchieri pieni di gin, e così saranno i quattro attori davanti al pubblico: nessuna musica di sottofondo, nessun apparato scenografico, nessun coup de théâtre, soltanto quattro sedie, una bottiglia e gli occhi dei presenti tutto attorno.

Spettatori e attori saranno complici di un rito che ci riporta alle origini del teatro: dai racconti intorno al fuoco con cui si cementavano le comunità dei primi Sapiens a un racconto intorno a un tavolo che crea una microcomunità chiamata a immedesimarsi e riconoscersi in parole scritte da altri, pronunciate da altri, in una stanza abitata da altri, per rintracciare i tratti costitutivi della nostra condizione di esseri umani.


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